Critiche

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Cosenza presenta le sue sculture, sia in biscotto di refrattario, sia in refrattario maiolicato, sul tema della “Metamorfosi”, con un interessante sviluppo interno sul piano poetico-formale, da una iniziale compattezza plastica (nelle opere in biscotto) ad una serrata indagine, negli esemplari maiolicati, sulle anfrattuosità, sulle lacerazioni della superficie, sulla dialettica fra pieni e vuoti. Ed è proprio questo processo creativo, probabilmente, ad essere evocato dal titolo: una metamorfosi che si sviluppa ulteriormente, animata com’è dall’implicito suggerimento dell’artista a variare continuamente il punto di vista, per scoprire l’inquietudine di una forma che non trova mai un momento di autentico riposo, rimanendo tra l’altro caratteristicamente sospesa tra sia pur vaghi richiami al giovane Bernini e certe attoniche atmosfere di ascendenza dechirichiana.

In occasione di scultori a Brufa

Emidio De Albentis

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Rendere tangibili attraverso la forma plastica gli elementi-base di una visione del mondo indirizzata a cogliere profonde dinamiche esistenziali, è l’obiettivo primario di Giuseppe Cosenza: mediante una tridimensionalità che ricorre volutamente all’esplorazione di ciò che si cela o può celarsi all’interno di un involucro (tema caro a molta grande plastica novecentesca), l’artista evoca forme globulari drammaticamente lacerate, in parte risarcite da tormentate suture metalliche e contenenti al loro interno una sorta di cellula-uovo, pura unità vitale da cu tutto ha origine e in cui tutto pare ritornare.

In occasione della mostra “Arte in villa d’arte”. Spello, La Limonaia di Villa Fidelia.

Emidio De Albentis

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Pino Bonanno presenta l’artista in occasione della mostra che ha avuto luogo presso la Galleria “ArtFarm Gaia” nel maggio 2008

Abbiamo intitolato questa mostra ” La forma del colore” perché sono convinto che le opere di Pippo Cosenza vivano sostanzialmente attraverso una forza interiore del colore e da questo scaturiscano espressioni formali ricche e stimolanti.

La “forma” a cui mi riferisco non ha connotazioni identificabili direttamente e rimandabili alle nostre conoscenze quotidiane, ma ha qualità metonimiche assolute.

In essa, una volta identificata nell’espressione totalizzante, si intravede un mondo dimidiato, mondo che vive di contrasti, mondo inaccostabile a rimanenze o singoli aspetti della conoscenza.

La difficoltà, ovviamente, di questa nominazione sta nella necessità di correre il rischio dell’ambiguità, della pluralità, dell’erranza. L’equivoco della riduzione di un’idea, complessa e motivante, a un atto creativo rivelato prepotentemente con il colore, rimane come maschera insopprimibile.

L’isola a cui approdiamo perde, però, la peculiarità di confine ingannevole, se a questo confine attribuiamo una sensazione di carenza, di limite.

Dovremo, quindi, saper fermare in modo opportuno le interpretazioni delle forme nella maniera che ci sembrerà più vicina alle esigenze delle nostre domande.

Cosa sono, allora, le sue opere? Questi chiavistelli misteriosi che chiudono varchi inesplorati ?

A cosa alludono i grovigli cromatici degli spazi architettonici in cui appaiono figure mimetizzate o soltanto evocate?

Per dargli atto di una vocazione all’erranza multipla, al tragitto centrifugo, allo sguardo che non può archiviare alcuna immagine concreta e sanante, proviamo ad usare le parole di Jabès: l’opera non è mai compiuta. Essa ci lascia nell’ incompiutezza… Lì dobbiamo installarci.

E continuare con le parole di Cosenza:

l’arte esiste soltanto come messa in opera di un’ipotesi formulata attraverso la particolarità di una idea o di un segno. •. Forme che sfuggono ad una lettura convenzionale, si annunciano come creature speculari che non riflettono soltanto se stesse, quanto forse anche l’altro, totalmente diverso e più lontano da loro. Nate al confine instabile fra storia e mito. Proprio n dove il sogno e la realtà si contaminano, senza avversarsi. La nostalgia, una segreta e immensa nostalgia ne determina la metamorfosi. Nostalgia nel suo senso originario e più profondo di nostòs: ritorno al luogo che ci vide nascere, e al senso di un origine smarrita. E di algìa: sofferenza di non poterlo fare, perché un incolmabile spazio tempo ce lo impedisce.

Le opere di Pippo Cosenza possono esperire una sola funzione: quella delle loro ineludibili propaggini, degli ulteriori interrogativi, degli imprevedibili scarti.

Il senso ultimo dei loro significati si sottrae costantemente all’ idea di partenza, reclamando pressioni e sensi autonomi.

“Forma del colore”, dunque, come impossibilità di autentica compiutezza.

Come traccia del dialogo tra artista e destinatario, coproduttore di senso: poiché tale colloquio può avvenire solo in presenza di un movimento aperto, irregolare, vivo ed imprevedibile.

Mai vincolato alla decifrabilità e completezza dell’idea, ma legato all’accettazione di un minimo di rischio, di perdita.

A questo rischio Pippo si sottrae continuamente applicando a se stesso la regola della deperibilità del tempo e della memoria.

Maggio 2008 Pino Bonanno

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“Per me è l’idea che supporta l’immagine,… l’artista da’ forma a una idea scegliendo una delle infinite derive del suo animo a volte anche in modo casuale, estemporaneo come frutto di una visione istintiva che certamente anche se nuova e originale nella formulazione ha rimandi e riferimenti nella esperienza di altri artisti”. Così afferma Pippo Cosenza, rendendo conto delle proprie scelte e del proprio punto di vista circa la “forma dell’opera”. L’artista appare con ciò molto lucido e motivato a riferire le basi teoriche da cui partire per interpretarlo e capirlo. La sua opera, pittura o scultura, si presenta con forti introspezioni psicologiche, ma in cui, quando sceglie di esprimersi col colore, il blu predomina come elemento compositivo principale, attraverso cui l’artista costruisce una specie di sospensione fra la realtà e il sogno: appunto, l’idea che sorregge forma e contenuto. Le tele presenti nell’attuale mostra rimandano a una sorta di “atto dovuto”, con cui l’autore, seppur nutrito di approfondite letture e cultura, dialoga senza mai indurci in sembianze intellettualistiche furbe e d’occasione. Sono opere di piacevole cromatismo, sempre attente a realizzarsi con estremo equilibrio e sapiente capacità espositiva. Aggiungendo subito che esse parlano di un impegno tecnico tenace e paziente da antico artigiano dell’arte, senza che ciò appaia riduttivo nell’accezione classica del termine. Bisogna partire da queste prime considerazioni per capire a fondo l’artista Cosenza.

La sua arte non ha ambiguità e non si presta ad equivoci. Sarà “neosurrealismo informale”, “neo realismo onirico”, “cromatismo metafisico”, ogni nominalismo diviene riduttivo rispetto all’autentica aggettivazione d’un io donante a cui dobbiamo guardare. L’artista conosce bene il suo percorso ispirativo – emozionale, fatto di attese, immersioni-emersioni, attraversamenti di luoghi della mente, spazi da ridefinire senza tracce precostituite, nel dialogo permanente fra libertà e ricerca.

La sua maturità artistica è in continua crescita e dobbiamo aspettarci gesti audaci e concrete vibrazioni creative come dimostrazione di un rapporto consolidato tra idea, forma e colore: tre elementi costitutivi della sua cifra espressiva che gli permettono di alternare e scambiare i ruoli, impedendone le cadute e la fissità. E’ la ricchezza e il segreto di quel “volgere” intricato fra aperture e chiusure di varchi improbabili, i quali “oggetti” paiono sempre pronti ad assumere identità nuove o riconosciute soltanto nel sogno. Così, l’immaginazione plasma e modifica la realtà in altri luoghi ed impreviste alterità. Per Pippo Cosenza è come sfuggire al già vissuto e detto, in un viaggio di conquista per altri orizzonti, altri da sé in un gioco di rimandi fatti di sorprese fra ironia e audacia tecnica-espressiva. Nelle sue opere non appaiono mai pretese e retorica, tutto parla e si manifesta con palese gesto cromatico formale per un resoconto di autentica e costante ricerca. Anche nel suo ‘caso, dobbiamo parlare di una pittura che si veste di velata poesia, di sottili armonie interiori da cui sono escluse tormentate visioni e gratuite violenze. Credo che l’artista non soccomba di fronte agli imperanti stilemi del concettualismo spinto e manieristico dell’arte contemporanea, ma preferisca lasciar libero l’inconscio di frugare nella grande cantina della storia dell’arte per ritrovare il gusto alla meraviglia, perché possa continuare ad agitarsi, nella più profonda interiorità, un procedimento escatologico verso il destino ultimo dell’uomo o dell’universo intero.

Pino Bonanno